Gorkha, Nepal
A 8163 m, con il 34% di ossigeno disponibile, lo sforzo percepito aumenta rispetto al livello del mare.
Ottava vetta del pianeta. Il Manaslu si erge a 8163 metri nel distretto di Gorkha, in Nepal, e il suo nome viene dal sanscrito manasa — spirito, intelletto, anima. Una scelta non casuale per una montagna che mette alla prova prima la testa, poi le gambe. A questa quota, ogni respiro porta ai polmoni appena il 34% dell'ossigeno disponibile a livello del mare. Il corpo funziona, ma a fatica. Sopra gli 8000 metri — la cosiddetta Zona della Morte — non si recupera più nemmeno dormendo. L'obiettivo è salire, toccare la vetta e scendere prima che il deterioramento fisico diventi irreversibile.
Il Manaslu è stato aperto il 9 maggio 1956 dalla spedizione giapponese guidata da Yūichirō Maki: Toshio Imanishi e Gyalzen Norbu Sherpa raggiunsero la vetta nella prima salita assoluta. Ci vollero sei spedizioni giapponesi consecutive prima che ci riuscissero. Questa persistenza racconta qualcosa sulla montagna: non è una passeggiata glaciale, nonostante nella comunità degli alpinisti venga spesso definito il più accessibile tra gli Ottomila. Accessibile, però, in relazione alle bestie del calibro di K2 e Annapurna — non rispetto a qualsiasi altra vetta del mondo.
| Dato | Valore |
|---|---|
| Altitudine | 8163 m s.l.m. |
| Massiccio | Mansiri Himal, Himalaya nepalese |
| Nomi | Manaslu, Kutang I, "Spirito della montagna" |
| Classificazione | 8° montagna più alta del mondo |
| Difficoltà | PD+ — alpinismo estremo su neve, ghiaccio e brevi tratti misto |
| Dislivello da Base Camp | 3363 m (Base Camp 4800 m → Vetta 8163 m) |
| Distanza stimata A/R | ~10 km (via normale, faccia NE) |
| Tempo dal Campo IV | 6–10h (C4 → Vetta) |
| Spedizione completa | ~45–55 giorni (incluse rotazioni di acclimatamento) |
| Periodo consigliato | Aprile–Maggio / Settembre–Ottobre |
| Punto di partenza | Manaslu Base Camp (4800 m) — avvicinamento da Samagaon (3530 m) |
| Campi d'alta quota | C1 (5700 m), C2 (6400 m), C3 (6800 m), C4 (7500 m) |
| Prima salita | 9 maggio 1956 — Toshio Imanishi e Gyalzen Norbu (Giappone) |
La via normale del Manaslu percorre la faccia nord-est, raggiungendo il Base Camp da Samagaon (3530 m) attraverso un avvicinamento di circa 5–6 ore su sentiero ben segnato. Dal BC si sale verso la faccia attraverso un ghiacciaio crepacciato, dove si trovano i campi intermedi.
4800 m → 5700 m | Dislivello: +900 m | Tempo: 4–6h
Il percorso sale lungo un ghiacciaio con zone di crepacci che variano di stagione in stagione. Le corde fisse iniziano in questa sezione. L'altitudine inizia già a farsi sentire: chi non ha fatto almeno una rotazione completa troverà il respiro più corto del previsto.
5700 m → 6400 m | Dislivello: +700 m | Tempo: 4–5h
Terreno misto. La sezione include tratti su neve consolidata alternati a brevi passaggi su ghiaccio, con pendenza crescente. Il Campo II è il punto dove si trascorre la maggior parte del tempo nelle rotazioni di acclimatamento — su e giù da qui, finché il corpo non smette di faticare.
6400 m → 6800 m | Dislivello: +400 m | Tempo: 3–5h
Tra C2 e C3 si attraversa una zona esposta a rischio valanghe che varia a seconda delle condizioni nivologiche della stagione. Questo segmento è corde fisse quasi per intero. La pendenza supera i 45° in più punti.
6800 m → 7500 m | Dislivello: +700 m | Tempo: 4–6h
Sopra C3 il terreno si apre su un plateau nevoso inclinato. Le condizioni del vento qui possono fermare tutto — il Manaslu incanalizza il flusso d'aria in modo particolarmente brutale tra i 7000 e i 7500 metri.
7500 m → 8163 m | Dislivello: +663 m | Tempo: 6–10h
Si parte di notte — di solito tra mezzanotte e l'1:00. Gli ultimi 600 metri sono su neve ripida e, più in alto, un misto di neve e ghiaccio che richiede concentrazione tecnica anche quando il corpo è già sfinito. La zona sommitale include alcune sezioni di misto che sorprendono chi si aspettava solo neve. L'ossigeno è il 34% di quello al livello del mare. Ogni passo è una trattativa.
A 8163 m la pressione barometrica scende a circa 358 hPa — il 35% circa di quella al livello del mare. L'ossigeno disponibile è il 34%. Non è un discomfort generico: è ipossia seria, con effetti misurabili su coordinazione, giudizio e risposta al freddo.
La SpO₂ tipica in vetta per alpinisti acclimatati con ossigeno supplementare è tra 55 e 65%. Senza integrazione, i valori scendono sotto il 50%, con deterioramento cognitivo significativo. Sopra gli 8000 m il corpo non recupera più durante il sonno. Ogni ora in Zona della Morte brucia riserve che non si ricostituiscono.
Il protocollo standard per il Manaslu prevede almeno 3–4 rotazioni di acclimatamento:
Non si brucia questo processo. Chi arriva al Base Camp e prova a salire direttamente muore di AMS grave o torna a piedi in barella. Le quote qui non perdonano l'ottimismo.
I sintomi dell'AMS grave a queste quote includono cefalea persistente non responsiva all'ibuprofene, vomito ripetuto, atassia (non riesci a camminare in linea retta), confusione e sonnolenza eccessiva. Se compaiono uno di questi segnali sopra C2 — specialmente l'atassia — la risposta è una sola: scendere immediatamente, senza aspettare di migliorare.
Nota: Queste informazioni hanno carattere divulgativo e non sostituiscono il consulto con un medico specialista in medicina d'alta quota.
Il Manaslu non è una prima spedizione su un Ottomila. Ma può essere la seconda. Molti alpinisti lo affrontano dopo il Cho Oyu (8188 m), la Piramide Carstensz o un Settemila tecnico come il Denali, come tappa di avanzamento verso K2 o Everest.
Fisicamente: VO₂max consigliato ≥ 55–60 ml/kg/min. La preparazione deve includere uscite plurigiornaliere con zaino pesante (18–22 kg), esposizione al freddo prolungato, e allenamento tecnico su ghiaccio verticale. La stamina cardiovascolare è più critica della forza pura — il Manaslu è lungo, non solo ripido.
Tecnicamente si richiede: padronanza su ghiaccio ripido (fino a 55°), uso fluido di jumar su corde fisse, autonomia con ossigeno supplementare, gestione dell'ipotermia in quota. Le sezioni di misto superiori non sono difficili in assoluto, ma diventano selettive con le dita assiderate a 7800 m.
Equipaggiamento essenziale:
Il costo di una spedizione commerciale organizzata oscilla tra 15.000 e 35.000 USD, inclusi permesso di ascesa Nepal, staff locale, ossigeno, Base Camp services e assicurazione di evacuazione.
Il Manaslu non è mai stato scalato in inverno. Non ancora.
Nessun altro alpinista ha legato il proprio nome a questo obiettivo quanto Simone Moro, il bergamasco che ha fatto delle prime invernali sugli Ottomila la sua firma alpinistica. Ha messo in fila quattro prime invernali assolute: Shishapangma (2005), Makalu (2009), Gasherbrum II (2011), Nanga Parbat (2016). Al Manaslu si è presentato almeno sei volte — ogni inverno, tornando a casa senza vetta. È il suo "conto aperto", come lui stesso lo ha definito.
Gli inverni tra il 2015 e il 2022 si sono chiusi tutti allo stesso modo: vento impossibile, pericolo valanghe, seracchi instabili che rendevano la faccia nord-est una roulette russa. Non questione di forma, né di coraggio. Il Manaslu invernale è oggettivamente un'altra categoria rispetto al Manaslu di primavera — i venti incanalarsi lungo la faccia NE a velocità che superano i 150 km/h, con temperature che nelle ore peggiori scendono oltre i −50°C.
Inverno 2024-2025. Moro è tornato con Nima Rinji Sherpa — uno dei giovani sherpa più forti della generazione attuale — e Oswald Rodrigo Pereira, stile alpino puro: niente portatori d'alta quota, niente ossigeno supplementare, niente corde fisse. L'unico modo in cui Moro concepisce queste salite. L'obiettivo era la prima invernale assoluta, senza compromessi.
Non è andata. Prima il meteo ha chiuso ogni finestra: previsioni di vento a 150 km/h sul versante per due settimane. Poi, durante la fase di acclimatamento sul Mera Peak (6476 m), Moro ha avuto un infarto. Ospedalizzato a Kathmandu, operato con angioplastica per liberare un'arteria occlusa. La sua descrizione del recupero — "il flusso sanguigno è aumentato del 45% in cinque giorni, quasi un miracolo" — è da alpinista: misura il corpo come misurerebbe un campo in quota. Si è ripreso. Ha annunciato che ci tornerà.
La storia del Manaslu invernale non è finita. Ma per ora la montagna ha ancora la meglio.
In vetta al Manaslu, a 8163 m, l'ossigeno disponibile è il 34% di quello al livello del mare. La pressione barometrica scende a circa 358 hPa contro i 1013 hPa al mare. Ogni respiro fornisce un terzo dell'ossigeno che stai respirando adesso. Quasi tutte le spedizioni commerciali usano ossigeno supplementare sopra i 7500 m.
Dipende dall'esperienza precedente. Il Manaslu è spesso citato come uno degli Ottomila più accessibili dal punto di vista tecnico — ma richiede comunque esperienza solida su ghiaccio ripido, almeno un Settemila all'attivo e consapevolezza delle dinamiche di alta quota. Chi non ha mai dormito sopra i 6000 m non è pronto per il Manaslu. Il Cho Oyu (8188 m) è generalmente considerato un passaggio più graduale prima di affrontarlo.
Ci sono due finestre principali: aprile–maggio (primavera) e settembre–ottobre (autunno). La primavera è statisticamente la stagione con più salite, grazie a finestre di bel tempo più stabili rispetto all'autunno. Il monsone (giugno–agosto) rende la montagna pericolosa per il rischio valanghe. L'inverno è tecnicamente possibile ma frequentato da pochissime spedizioni.
Al 2025, il Manaslu conta oltre 700 salite in vetta complessive. È una delle frequenze più alte tra gli Ottomila, anche grazie alla relativa accessibilità della via normale. Il tasso di mortalità storico si aggira intorno al 7%, in significativa diminuzione negli ultimi anni con l'uso dell'ossigeno supplementare e le previsioni meteo satellitari.
Una spedizione completa al Manaslu richiede 45–55 giorni da Kathmandu: trekking di avvicinamento a Samagaon (circa 8–10 giorni), fase di acclimatamento con rotazioni (3–4 settimane), e il tentativo di vetta con la discesa. Non esistono shortcut affidabili per l'acclimatamento — la fisiologia umana non si comprime.
Sì. Il Manaslu ha un profilo di rischio valanghe elevato — specialmente nella sezione tra C2 e C3, che attraversa zone di carica. La valanga del 22 settembre 2012, durante il monsone tardivo, uccise 11 alpinisti sul versante nord-est. Questo ha reso la comunità alpinistica più attenta alla finestra di salita e alla scelta delle condizioni nivologiche. Le spedizioni serie monitorano la stabilità del manto nevoso costantemente.
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